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La mano di Fatima

a cura della classe 1G della Scuola Media VIRGILIO

Secondo la tradizione popolare, le 5 dita rappresentano le 5 figure più importanti dell’Islam (Maometto, Alì, Fatima, Hassan, Hussein) o anche i cinque pilastri fondamentali per i musulmani (fede in un unico Dio, preghiera, digiuno nel mese di Ramadan, elemosina, pellegrinaggio a La Mecca).
Si tratterebbe di un potente amuleto, usato anche come talismano per l’amore.

Principali feste islamiche

a cura della classe 1G della Scuola Media VIRGILIO

Le festività musulmane seguono il calendario lunare musulmano, che ha come data di inizio il 16 luglio 622 d.C. e ha l'anno di 354 giorni.
Rispetto al nostro calendario, quello islamico slitta quindi di 10/11 giorni ogni anno, per cui per le principali festività indicheremo semplicemente il periodo a cui corrispondono secondo la tradizione islamica.


La ʿīd al-fiṭr ( arabo عيد الفطر ) costituisce la seconda festività religiosa più importante della cultura islamica.
Viene celebrata alla fine del mese lunare di digiuno di Ramaḍān (e dunque il 1° di shawwal), come segno di gioia per la fine di un lungo periodo penitenziale. Letteralmente il significato dell'espressione araba è "festa della interruzione [del digiuno]".
Suoi sinonimi sono ʿīd al-ṣaghīr ("festa minore") e, in turco, küçük bayram o şeker bayramı ("piccola festa"), in contrapposizione a ʿīd al-kabīr (ع يد الكبير "festa grande"), cioè la festa del sacrificio.

La ʿīd al-aḍḥā (arabo:ع يدالأ ضحى "festa del sacrificio"), o ʿīd al-naḥr (ع يد النحر "festa dello sgozzamento") o ʿīd al-qurbān (ع يد القربان "festa dell'offerta (a Dio)"), è la festa del Sacrificio celebrata ogni anno nel mese lunare islamico di Dhū l Ḥijja, in cui ha luogo il pellegrinaggio canonico, detto Hajj. Spesso viene anche detta ʿīd al-kabīr (ع يد الكبير "festa grande"), in contrapposizione a ʿīd al-ṣaghīr (ع يد الصغير "festa piccola"), cioè la festa della rottura del digiuno.

Il sacrificio ordinato ad Abramo
La festa, che può localmente essere ricordata anche con altre definizioni, ha luogo il 10 Dhū l Ḥijja o nei tre immediati giorni successivi (11-12-13 Dhū l-Ḥijja, detti "ayyām al-tashrīq"), in tutto il mondo islamico. In tali giorni una norma islamica vieta qualsiasi tipo di ascesi e di digiuno, essendo questi i "giorni della letizia". La parola aḍḥā deriva dalla radice araba <Ḍ-Ḥ-Y>, che richiama il significato di "sacrificare", e si ricollega al ricordo delle prove che sarebbero state superate dal profeta Ibrāhīm e dalla sua famiglia, formata nel caso specifico da Hāgar e dal loro figlio Ismaele/Ismāʿīl.
Il sacrificio rituale che si pratica nel corso della festività ricorda il sacrificio sostitutivo effettuato con un montone da Abramo/Ibrāhīm, del tutto obbediente al disposto divino di sacrificarGli il figlio Ismaele/Ismāʿīl prima di venire fermato dall'angelo.
È quindi per eccellenza la festa della fede e della totale e indiscusso abbandono a Dio (islām).
In teoria, nel giorno della ʿīd al-aḍḥā, i musulmani sacrificano come Abramo un animale - detti uḍḥiya (arabo ) o qurbānī - che, secondo la sharīʿa, deve essere fisicamente integro e adulto e può essere soltanto un ovino, un caprino, un bovino o un camelide, negli ultimi due casi è possibile sacrificare un animale per conto di più persone, fino a sette. L'animale viene ucciso mediante sgozzamento, con la recisione della giugulare che permetta al sangue di defluire, visto che per la legislazione biblica e coranica il sangue è impuro ed è quindi proibito mangiarne.

La festa di ʿīd al-aḍḥā in Egitto.
La cerimonia dello sgozzamento avviene il giorno 10 o nei tre giorni seguenti, nel periodo di tempo ( waqt ) compreso fra la fine della preghiera del mattino e l'inizio della preghiera del pomeriggio. Viene sgozzato da un uomo, che deve essere in stato di purità legale ( ṭahāra ), pronunciando un takbīr, ovvero la formula: «Nel nome di Dio! Dio è il più grande».
La carne viene divisa preferibilmente in tre parti uguali, una delle quali va consumata subito tra i familiari, mentre la seconda va conservata e consumata in seguito e la terza viene destinata ai poveri della comunità che non hanno i mezzi economici per acquistarlo.
Distribuzione rituale di carne
Nel caso concreto tuttavia, visto l'enorme numero di fedeli che festeggiano (secondo le autorità saudite, 2 milioni ogni anno) e l'impossibilità pratica di dar corso a una vera e propria mattanza di dimensioni straordinarie nelle zone del hajj, il musulmano anticipa il denaro necessario per l'acquisto della vittima sacrificale (che, in caso di minori disponibilità finanziarie, può essere un animale di minor valore economico e di taglia più piccola di un montone): esso sarà macellato ritualmente in appositi stabilimenti da personale specializzato e pagato per questo, in grado di lavorare la carne edibile e di conservarla per poi inoltrarla in quei paesi (islamici) che abbiano sofferto di carestie o di danni dovuti alla guerra o che vivano, comunque, in precarie condizioni economiche.
Per quanti non partecipino al rito del hajj, l'ʿīd al-aḍḥā inizia con una breve preghiera nella moschea, preceduta da un corale takbīr e seguita da un sermone (khuṭba). A tale insieme di cerimonie partecipano uomini e donne e spesso i bambini (anche se essi non avrebbero alcun obbligo a celebrare tale festa) che, per l'occasione altamente festiva, usano indossare i loro migliori abiti.



da Wikipedia, L'enciclopedia libera e collaborativa

Calendario islamico

a cura della classe 1G della Scuola Media VIRGILIO


CALENDARIO ISLAMICO


Per calcolare in quale anno islamico ci si trovi,
non è sufficiente sottrarre dall'anno gregoriano
la cifra di 622 (anno dell’Egira)
ma, proprio per le caratteristiche lunari,
si deve calcolare la corrispondenza in base alla seguente formula:
G = E - \frac{E}{33} + 622
o, se si vuole effettuare la corrispondenza inversa:
E = G - 622 + \frac{G - 622}{32}
laddove G sta per "anno gregoriano" ed E per "anno dell'Egira"

 Ora siamo nel 1432 del calendario islamico
Il Capodanno 1433 sarà il 26 novembre 2011



FESTIVITA' ISLAMICHE
 
Fra le feste islamiche ci sono:
  • Eid al-Fitr (“Festa della rottura del digiuno”), la “festa minore” celebrata alla fine del Ramadan. 
  • Eid Al-Adha (“Festa del sacrificio”), chiamata anche “festa maggiore". 
Durante queste feste, nei paesi islamici, molti negozi rimangono chiusi per tre giorni.
Le date delle feste musulmane variano ogni anno perché sono basate sul calendario lunare islamico.  
  Anno
Ramadan inizio
Eid Al-Fitr
Fine del Ramadan
Eid Al-Adha
Festa del Sacrificio
2009
22 Agosto
21 Settembre
28 Novembre
2010
 11 Agosto
10 Settembre
 15 Novembre
2011
 01 Agosto
 30 Agosto
 6 Novembre
2012
20 Luglio
19 Agosto
 26 Ottobre
2013
09 Luglio
 08 Agosto
 15 Ottobre
2014
 28 Giugno
28 Luglio
 4 Ottobre



A proposito dell’incontro con Jalila...

a cura della classe 1G della Scuola Media VIRGILIO


 22 febbraio 2011


“È molto diverso ascoltare qualcuno che ti parla della sua religione, piuttosto che qualcheduno che ti parla di una religione che non gli appartiene. Chi ti parla della sua fede sa più cose ovviamente (abitudini, costumi, cibi …) ma soprattutto è più partecipe e ti può raccontare tutte le emozioni che provano i credenti nelle diverse situazioni. Per questo l’incontro con Jalila mi ha aperto gli occhi su un mondo tutto nuovo e su un altro modo di vedere le cose”.

“Ho tristemente notato che noi cristiani siamo i credenti che professano di meno la nostra religione perché cresciamo in una società dei consumi  che è più attenta ai bisogni materiali”.

“Grazie all’incontro con Jalila e alla sua affermazione che «le feste sono molto sentite come un momento per stare insieme e allo stesso tempo per lodare Dio» ho capito che non dobbiamo solo studiare gli altri credo, ma anche prenderne esempio”.

“Quando le abbiamo posto la domanda «Io ho sentito che per i musulmani le donne valgono meno degli uomini, è vero?» ho notato che per una frazione di secondo le è passato negli occhi un lampo di nervosismo prima di rispondere alla domanda. Questo significa, secondo me, che per lei la sua religione non si tocca: è perfetta così com’è e per tutto c’è un motivo”.

“Avere qui una persona musulmana e aver parlato con lei è stato veramente geniale”.



Incontro con Jalila Ben Lechehab

a cura della classe 1C del Liceo Classico MANIN






Jalila si presenta nella nostra classe in un qualunque venerdì di febbraio e, raccontandosi, lo fa diventare speciale, difficile da dimenticare. E per una volta, noi maninensi, attaccati spasmodicamente ai libri, li abbandoniamo per lei, per la sua storia, perché, potendo, è meglio imparare dalle persone che dai fogli di carta.
Chi è Jalila? Jalila prima di tutto è una donna indipendente, ci tiene a dirlo. Da 22 anni in Italia, ha abbandonato il suo paese quando era ad un passo dalla laurea in economia e commercio perché, in Marocco, si sentiva limitata: poche opportunità, poca libertà, ma soprattutto pochi diritti riconosciuti alle donne. Lei, invece, sognava di essere libera, di non avere impedimenti e divieti, di poter esprimere al meglio le sue potenzialità. E, invece, il Marocco, paese amato e odiato allo stesso tempo, negli ultimi tempi si era trasformato per lei in una prigione che si faceva ogni giorno più angusta, che le tappava le ali, completamente.
Così, appena avuta la possibilità, ha librato il volo. Con l’appoggio della mamma, capofamiglia dopo la morte del padre, vestita all’occidentale, con poco bagaglio e poca fede, nessuna idea chiara di dove sarebbe andata a finire; in compenso tanta paura. Appena lasciato il porto, ci racconta, è scoppiata a piangere. Abbandonare il suo paese, anche se non l’ha mai sentito come veramente suo, l’ha scossa: è stato come tagliare un cordone ombelicale sottile, quasi invisibile, ma esistente. Sai cosa lasci, ma non sai cosa trovi.
Jalila ha trovato l’Italia. Arrivata nel periodo pasquale, è stata accolta in un monastero di Reggio Emilia come “dono di Dio”. Qui ha imparato la nostra lingua e, dopo qualche mese, si è fidanzata e poi sposata…con un uomo italiano. Poi sono arrivati quattro figli e lei, giorno dopo giorno, ha visto il suo desiderio di emancipazione farsi sempre più concreto.
Oggi Jalila è una donna serena, oltre che libera, e soprattutto credente. Ha ritrovato la fede qui, in Italia, quando si è resa conto, con l’arrivo dei primi figli, che il vuoto che si sentiva dentro era stato colmato solo a metà dalla libertà conquistata. Così ha fatto dell’Islam un alleato, per essere più forte, ma anche per non perdere il legame con il suo paese d’origine. E ha iniziato a portare il velo per poter esprimere al meglio la fede riscoperta. E’ invece contraria al burka, la velatura totale del viso e del corpo, perché la donna che lo indossa, volontariamente o no, utilizza gli abiti per chiudersi nella sua spiritualità e negarsi ogni contatto con il mondo. Jalila vede invece l’Islam come un aiuto per poter vivere meglio, dentro, la propria interiorità, ma anche fuori, nei rapporti con gli altri.
E’ stata vice presidente del centro islamico, ma ci ha rinunciato a causa delle tensioni nate in seguito alla sua elezione. -Una donna presidente? Ma siamo impazziti?- avranno pensato gli altri contendenti che, alla fine, hanno avuto la meglio. Beh, intanto lei ha dimostrato di che pasta è fatta.
Ha creato e gestisce una associazione, “Alba”, il cui scopo è ricercare convivenza pacifica tra islamici e non, per un futuro migliore, uniti, dato che abbiamo bisogno gli uni degli altri.
Presidente anche dell’Unione Immigrati, afferma che l’Italia attualmente è strumentalizzata. Al suo arrivo, l’atmosfera era diversa: si guardava allo straniero come ad una persona, da accogliere e aiutare con solidarietà, nell’ottica di una possibile opportunità di arricchimento dell’una e dell’altra parte. Oggi chi è l’immigrato? E’ l’ostacolo, la palla al piede, “quello che porta via il lavoro”.
A suo parere i mass-media stanno diventando nemici sempre più acerrimi della cooperazione tra Italia e Islam, dato che “la televisione distrugge la sera ciò che si è costruito il mattino”.
Certo, non si può negare l’esistenza dei terroristi, ma l’islam non è terrorismo. Negli ultimi versetti del Corano, Allah sembra quasi ordinare il rispetto e la fraternità con il prossimo, non incita certo ad uccidere in suo nome! L’Islam non è qualcosa di monolitico, di unico. Ha tante sfumature e, preso alla lettera, può essere facilmente frainteso. Chi porta avanti la Guerra Santa, convinto di poter presto arrivare in Paradiso, chi uccide in nome di Allah, operando il male nel mondo, lo fa singolarmente, è opera sua, non dell’islam. E’ finirà con l’allontanarsi da Dio piuttosto che avvicinarsi a lui.
Jalila sottolinea, in più, che il cristianesimo non è un nemico dell’islam, ma quasi un cugino, dato che entrambe sono religioni rivelate. Cambiano i nomi, ma Dio è lo stesso. Entrambe predicano l’amore, la bontà, la carità verso il prossimo. Esistono, tuttavia, delle differenze: l’Islam, dove è presente, è religione e stato, mentre la Chiesa non si identifica con lo Stato; l’ Islam è rivelazione di Dio nel Corano, il Cattolicesimo è rivelazione nel Verbo incarnato; nell’Islam l'uomo deve mettere in pratica il Corano, nel Cattolicesimo è professata la conoscenza e l’amore di Dio nello Spirito; Islam è affermata l’unità-unicità di Dio, nel Cattolicesimo, invece, unità e trinità di Dio.
Come poter capire i legami esistenti tra le varie religioni, ma anche culture, tradizioni? Esiste il tavolo interreligioso, a cui Jalila partecipa, che serve proprio a non far dimenticare che l’altro c’è, esiste, e che bisogna creare con il prossimo un rapporto di rispetto reciproco.
Questa è Jalila Ben Lechehab. Caparbia, determinata, ferma nelle sue posizioni, con uno sguardo solare un po’ tradito da un leggero velo di malinconia per tutte quelle cose che, ancora oggi, “devono essere raddrizzate”.
Lei, intanto, è pronta a mettersi in discussione, a lottare con le unghie e con i denti, ma non a rinunciare a tutto ciò che si è conquistata in questi ultimi anni. E’ una donna con la “d” maiuscola.
Sa che la strada da fare per arrivare ad una perfetta integrazione è ancora tanta, ma non è spaventata dal futuro: bisogna prendere la vita di petto, soprattutto se si è femmine. L’importante è sperare sempre in un’ Alba migliore.

11 febbraio2011
Bea

Storia della religione islamica

a cura della classe  1 AC del Liceo Classico MANIN


La dottrina islamica, destinata a sconvolgere l'intero panorama religioso e culturale mediorientale e a coinvolgere e influenzare parzialmente il mondo occidentale, nacque nel secolo VII in un'area geografica posta ai margini dei due più grandi imperi del tempo: quello bizantino e quello persiano. Nel fertile Yemen si era sviluppata da lungo tempo una civiltà fiorente e culturalmente attiva, che manteneva con le aree siriane e palestinesi rapporti commerciali molto stretti. Le città più importanti, dove i beduini sostavano più spesso e nelle quali i mercanti si incontravano e vendevano le loro merci, erano La Mecca e Medina. Questi centri, dimora di tante tribù rivali gelose delle proprie usanze e tradizioni, erano abitati anche da comunità ebraiche e cristiane, che professavano, a differenza delle popolazioni locali, un credo monoteista. La perenne ostilità tra le tribù chiuse e politeiste non poteva essere sanata che da una dottrina che presentasse al suo interno verità universali e anche per questo motivo la "gente del libro" -come venivano chiamati sia gli ebrei che i cristiani, accomunati da buona parte delle dottrine bibliche- era trattata con rispetto e godeva di un certo prestigio. Il bisogno di un'unità perlomeno religiosa tra le politeiste comunità di quei luoghi era molto sentito, e a soddisfarlo fu un mercante di nome Muhammad, chiamato dagli occidentali Maometto. Egli sentì la voce dell'Arcangelo Gabriele, inviato da Dio; gli fu assegnato il compito di recitare e diffondere il messaggio divino, che consisteva primamente nello "abbandono a Dio": nasceva l'Islam. Il verbo maomettano non venne inizialmente ascoltato, sia per la generale diffidenza sia perchè esso contrastava gli interessi del potere politeista; per dodici anni la nuova religione rimase un fenomeno isolato. Nel 622 Maometto fu costretto a fuggire a Medina per evitare le persecuzioni. L'evento è ricordato nel mondo musulmano con il nome di Egira, che vuol dire emigrazione. A Medina il profeta riuscì a diffondere efficacemente il suo credo; fu qui infatti che nacque e si sviluppò la prima solida comunità islamica. Nel 630 Maometto rientrò alla Mecca senza incontrare opposizioni. Il suo ritorno in quella città pose le basi dell'unificazione religiosa della penisola araba, che si concluse dopo la sua morte -avvenuta nel 632- grazie all'opera dei suoi successori, denominati Califfi. Utman, il secondo Califfo, riunì le varie testimonianze scritte delle rivelazioni avute da Maometto per farne un libro, il Corano. In lingua araba la parola Qu'ran significa "recitazione". L'espansione araba dal 638 al 732 fu rapidissima e inarrestabile; di conseguenza l'Islam attecchì in tutti i territori occupati. La dottrina maomettana si diffuse in Persia, Palestina, Siria, Egitto, Africa del Nord e penisola iberica. La religione islamica trovò terreno fertile in queste zone per la sua stessa natura originaria, contraria ai dogmi e alle imposizioni. L'unica verità alla quale prestare assoluta fede era l'esistenza di un Dio, Allah, creatore del cielo e della terra e misericordioso verso tutti i suoi figli, senza distinzione di razza e cultura. Nella visione islamica ogni uomo nasce musulmano, sottomesso a Dio, poichè ogni uomo ha contratto con Allah un patto che gli offre la resurrezione in cambio della fede. La cultura e l'educazione fanno poi del musulmano un pagano, un cristiano o un ebreo. Allah per diffondere l'ortodossia ha inviato nella storia vari profeti, come Mosè, Gesù e, da ultimo, Maometto. Come appare evidente, questa è una dottrina molto semplificata, facile da comprendere e da accogliere. L'Islam non ha inoltre clero nè chiesa. Gli imam non sono infatti che guide spirituali. Il credente è tenuto a seguire alcune regole come la preghiera cinque volte al giorno e l'osservanza del digiuno nel mese del Ramadan. I popoli sottomessi dall'espansione araba nei secoli VII e VIII non si convertirono con la forza a questo credo: generalmente potevano mantenere la loro religione, pagando tuttavia una speciale tassa. Tale singolare tolleranza permise agli arabi di mantenere la quiete nei loro territori e all'Islam di costruire sulle fondamenta della fede maomettana una civiltà senza eguali nel mondo dell'epoca. Grandiosi centri culturali e commerciali come Damasco, Bagdad e Cordova facevano infatti impallidire le città occidentali. L'evoluzione dell'Islam in questo periodo ebbe un grande sviluppo; presto si diversificarono due grandi scuole di pensiero. Nacquero i rami dei sunniti, musulmani che fondano la fede unicamente sul Corano, e degli sciiti, che affiancano allo studio dei testi sacri l'analisi delle esperienze degli imam, le guide spirituali. Molti caratteri delle prime due religioni monoteiste vennero inoltre integrati e ricontestualizzati in ottica islamica. Anche la cultura ellenistica diede il suo appoggio alla fortificazione del credo mussulmano, dopo che la Persia e la Mesopotamia furono travolte dall'avanzata araba. Numerose traduzioni dal greco all'arabo permisero agli intellettuali islamici la lettura dei testi filosofici e scientifici di Platone, Aristotele, Galeno e Tolomeo. L'universo mediorientale rimaneva, nonostante la fulminea unificazione, un caleidoscopio di culture e modi di vivere diversi tra loro e presto sorsero, in seno all'Islam e alle sue stesse ramificazioni, vari movimenti. Quello dei mutaziliti, ad esempio, nacque nell'VIII secolo: i suoi aderenti credevano che Dio fosse onnipotente ed acuivano il valore fondamentale del semplice arbitrio di Allah. La giustizia che l'uomo doveva seguire ed integrare con quella terrena, dunque, era quella divina. Secondo i mutaziliti Dio vuole il bene poichè esso stesso è il bene, ciò che è vero per Dio lo è anche per l'uomo. Essi insomma intendevano equilibrare l'assolutezza divina con l'esigenza umana della ragione. Gli ashariti sostenevano invece che ragione e fede fossero realtà distinte ed autonome. I rapporti tra Allah e l'uomo vennero ulteriormente studiati dai falasifa, filosofi islamici vissuti tra il IX e il XII secolo. Secondo al-Kindi e al-Farabi l'uomo è caratterizzato dall'intelletto passivo, ovvero "in potenza", che può passare da questo stato a quello attivo solo grazie all'intervento dell'intelletto già in atto, immutabile e immortale: quindi Dio stesso o una figura analoga. La divinità rimane, secondo quest'interpretazione, inaccessibile all'intelletto dell'uomo. Al-Farabi, ricollegandosi all'aristotelismo, sostenne inoltre la diversità dell'essenza (la nozione di ciò che una cosa è) e dell'esistenza (il fatto che la cosa sia): la seconda, a differenza della prima, è solo un accidente percepibile con i sensi. L'unico essere che concili essenza ed esistenza è Dio. Averroè, filosofo nato a Cordova nel 1126, tentò di liberare la dottrina dai teologi e dai loro sterili dogmatismi e di rimettere ordine nella società islamica. Il suo pensiero suddivide la comunità in tre categorie: gli "uomini della dimostrazione", ovvero i filosofi, gli "uomini della dialettica" e quelli della "esortazione" ovvero i predicatori. Il Corano può essere compreso da tutti, ma solo i filosofi possono approfondirne le tematiche e afferrarne i significati più reconditi. La ragione, comunque, non può spiegare la fede poichè la rivelazione di Allah trascende i confini della ragione umana. Secondo Averroè Dio, pensiero del pensiero, è semplice e la causa finale di tutto ciò che esiste. Questo importante filosofo morì nel 1198: dopo la sua morte la ricca e fiorente civiltà islamica conobbe un declino che le tolse nel giro di pochi secoli il primato culturale in favore dell'Europa cristiana. La geografia del sapere mussulmano cambiò e gli antichi centri principali vicini al Mediterraneo persero importanza; l'Islam si chiuse in se stesso, i legami già deboli con la cristianità occidentale si allentarono sempre più; dal califfato si passò agli Stati. Il teologo Ibn Taymiyya riformulò il ruolo dello Stato sostenendo che su di esso grava l'obbligo di realizzare gli obiettivi religiosi e dando così i natali alla moderna teocrazia vigente in molti Paesi islamici. Nel XIV secolo la Spagna fu riconquistata dai cristiani e l'impero, passato sotto il controllo dell'etnia turca, fu aggredito dalla nuova potenza mongola. In questo periodo Ibl Khaldun, nato a Tunisi nel 1337, lavorò ad una monumentale Storia Universale e Suhrawardi (1155-1191) scrisse Teosofia orientale, opera nella quale raccolse e riorganizzò l'antico sapere persiano in ottica islamica. Ma la decadenza del mondo orientale mussulmano, coeva al prepotente affermarsi del predominio occidentale, e da esso forse aggravata, era ormai irreversibile. La sua rinascita dovrà attendere cinque secoli prima di verificarsi.

L'ARABIA PRE-ISLAMICA

a cura della classe  1 AC del Liceo Classico MANIN

Nelle sue linee generali, la storia araba comprende tre periodi principali:
  • Il periodo sebeo-himyarita, fino all’inizio del sesto secolo dopo cristo.
  • Il periodo della Giahiliyya che in un certo senso si estende dalla “creazione di Adamo” fino alla missione di Maometto.
  • Il periodo islamico, che giunge sino ai giorni nostri.

Formazione delle popolazioni semitiche
  • Secondo l’ipotesi più accreditata, gli originari abitanti della penisola Araba, che viene definita Giazirat al-Arab (isola degli arabi) per motivi geografici, furono i semiti.
  • Dal momento che la penisola Araba era chiusa all’interno dal deserto e all’esterno dal mare, nei momenti in cui si verificavano degli aumenti demografici tali che il territorio non era più in grado di contenere tutta la popolazione, questa poteva emigrare soltanto versa la costa occidentale per poi dirigersi a Nord e verso la valle del Nilo. Da queste ondate migratorie nacquero le popolazioni di origine semitica.
  • La prima ad accostarsi alla civiltà e ad ampliare le proprie conoscenze nell’ambito della navigazione e del commercio furono i Sabei, che si stanziarono nell’Arabia meridionale.
  • Il secondo popolo a prendere il potere nell’arabia meridionale fu quello Himyarita, sotto il cui dominio si diffusero anche il giudaismo e il cristianesimo monofisita.
Aspetti culturali e sociali dell’Arabia pre-islamica: il Beduino
  • A causa della duplice natura del territorio (costituito dal deserto e dalle zone con una vegetazione più rigogliosa) i beduini rappresentano il miglior modo di adattarsi all’ambiente
  • L’organizzazione tribale è alla base della società beduina. I beduini sono, infatti organizzati in tende (sedi delle famiglie), i cui raggruppamenti formano un hayy (tribù) i cui membri, a loro volta, formano il clan.
  • Nei clan i membri si considerano dello stesso sangue tra di loro e per questo dividono tutto. Sono sottomessi solo all’autorità di un capo (unico) che è lo sceicco. Questo è il membro più anziano e rimane capo finché è approvato da tutti.
  • Le tribù sono tutte governate da uno spirito di lealtà verso gli altri: l’Asabiyya.

Aspetto religioso dell’Arabia pre-islamica: il paganesimo animista
  • Sebbene la religione per i beduini occupi una posizione inferiore rispetto alle attività lavorative e al commercio, essa è fondamentalmente animista e influenzata dal territorio.
  • Per i beduini il deserto è popolato da ginn, demoni a loro ostili, e le zone abitate, invece, siano territorio delle divinità. (con l’islamismo il numero di demoni aumenterà perché vengono inclusi, tra quelli, anche le divinità pagane)
  • La loro religione consiste in un sistema planetario astrale con a capo del pantheon la luna (che è il simbolo di una divinità pastorale ed è considerata superiore al sole che indica uno stato agricolo superiore)
  • Quando le popolazioni beduine vengono a contatto con le città dell’Higiàz per motivi commerciali, queste assimilano alcune tra le credenze urbane più progredite e sono iniziati alle pratiche rituali, come i sacrifici della Ka’ba (il futuro Palladio Islamico).


NOI E LE PAROLE DELL'ISLAM

A cura della classe 2F del Liceo Scientifico ASELLI






DIARIO DI UN INCONTRO 1

A cura della classe 2F del Liceo Scientifico ASELLI
 





DIARIO DI UN INCONTRO 2

A cura della classe 2F del Liceo Scientifico ASELLI





Incontro con Jalila Ben Lechehab

a cura della classe 1G della Scuola Media VIRGILIO



Buongiorno, qual è il suo nome? Da che paese viene? Ci può descrivere la sua città?
Buongiorno, il mio nome è Jalila, abito in Italia da 22 anni e ho 4 figli. Vengo da Rabath, la capitale del Marocco: è una bellissima città islamica, industrializzata, dove tutti possono fare tutto ciò che vogliono, sono liberi di professare la loro fede e nessuno è obbligato ad indossare il velo o altri abiti tradizionali.

Quando lei prega, come trova la direzione verso la Mecca?
Per pregare, ci prostriamo su un tappetino chiamato “preghiera” e, per orientarci, utilizziamo una bussola.
Tutti i musulmani professano la loro fede 5 volte al giorno per stare in contatto con Dio (Allah) e per non dimenticarsi di lui.

Per il pellegrinaggio alla Mecca c’è un’età? Lei ci è stata? Ha visto la Pietra Nera?
Per visitare La Mecca non c’è età precisa, ma è obbligatorio per ogni musulmano andarci almeno una volta nella vita per “pulirsi” dai peccati.
Tempo fa ci si andava da anziani con la mentalità di commettere peccati tutta la vita e poi purificarsi per essere ammessi nel Regno dei Cieli; oggi è diverso: quando ci sono stata io, ho visto uomini e donne di tutte le età.
Io sono stata alla Mecca e, vedendo la Pietra Nera, ho provato una gioia immensa: mi è sembrato di essere davanti a Dio, tanto grande è, anche perché in TV sembra molto più piccola e non ci si aspetta tanta maestosità.

Perché il giorno sacro per i musulmani è il venerdì?
Il venerdì è il giorno sacro perché dicono che la vita è iniziata e finirà questo giorno.

Abbiamo delle curiosità sul Ramadan: ci racconta cosa si fa durante questo mese e come si svolge la festa per la sua fine?
Durante questo mese, si digiuna dall’alba al tramonto: non si può deglutire nulla se non la saliva.
Per far capire come si sentono le persone povere e bisognose, Dio ti toglie tutto, così provi di persona i loro stessi sentimenti. Inoltre è costruttivo: si impara a controllarsi. Noi siamo abituati che, se vogliamo qualcosa, ce la prendiamo, ma così facendo ci sembra tutto dovuto e perdiamo le bellezze della vita e la soddisfazione di conquistare qualcosa con fatica.
Dopo un giorno di digiuno, si impara ad apprezzare un gesto semplice come mangiare: al tramonto il momento della cena è bellissimo, ne scopri il valore ogni giorno insieme alla tua famiglia.
Alla fine del Ramadan si preparano grandi tavolate chiamando amici e parenti, per festeggiare; il giorno dopo si va in moschea.

Che cosa succede se un musulmano non fa il Ramadan o non prega?
Non fare il Ramadan è molto più grave che non pregare. Infatti la preghiera si può recuperare facilmente, invece anche solo un giorno di Ramadan non celebrato va compensato con due mesi, inoltre non è detto che Dio lo perdoni e forse neanche il pellegrinaggio alla Mecca può cancellare questo gravissimo peccato.

Quali sono le feste più importanti nell’Islam?
Le feste più importanti sono due: la fine del Ramadan, dove è proibito digiunare, e la festa del Montone che si svolge per ricordare la misericordia di Dio che ha salvato il figlio di Abramo dal sacrificio.
Un’altra occasione importante è il ricordo della nascita del profeta: non c’è un vero e proprio festeggiamento, ma è un giorno di preghiera.

Perché le donne portano il velo?
Le donne devono portare il velo per coprire le parti più belle del loro corpo, così un uomo non rischia di notrare e corteggiare altre donne e resta fedele alla propria moglie e si difende, così, anche il valore della famiglia. In famiglia, infatti, la donna si può mostrare.
Molti dicono che questo non è scritto sul Corano, invece c’è un versetto sull’argomento: “O profeta, di’ alle tue mogli e figlie e alle donne di tutti gli uomini di coprire la faccia e il petto”.
A volte questa abitudine non è compresa, ma essa non mortifica la donna, anzi: sottolinea che la cosa più importante non è l’aspetto fisico. Nella società di oggi, basta guardare come la TV usa il corpo delle donne, questo messaggio è molto importante da ricordare.

Io ho sentito che per i musulmani le donne valgono meno degli uomini: è vero? E se è vero, è giusto secondo lei?
Non è vero che la donna vale meno dell’uomo.
C’è da dire innanzitutto che Allah ha creato l’uomo e la donna in modo diverso: l’uomo dalla terra, la donna dall’interno dell’uomo e questo spiega perché l’uomo è più duro, adatto al lavoro, e la donna è più dolce, gentile e sentimentale. Ma questo non vuol dire che lei valga meno dell’uomo.
Prima del profeta, è vero, la donna contava poco: non solo non ereditava, ma anzi faceva parte dell’eredità e, alla morte del marito, essa era come un oggetto che passava agli altri membri della famiglia.
Maometto, invece ha cambiato le cose: ha detto che la donna poteva ereditare metà di tutto. È vero che l’uomo eredita l’altra metà, ma l’uomo deve poi, con la sua metà, pensare al resto della famiglia, invece la metà della donna è tutta sua e lei può farne ciò che vuole. A ben vedere, chi ci guadagna è proprio la donna.

Maometto aveva parlato di 4 mogli al massimo per ogni uomo: oggi com’è la situazione?
Maometto aveva 9 mogli: 8 erano vedove e lui le aveva sposate per aiutarle, 1 era una ragazza che l’Arcangelo Gabriele gli aveva affidato perché poi continuasse la sua opera.
Dopo l’Islam il numero massimo di mogli si limitò a 4. Maometto, infatti, disse all’uomo che gli lasciava 4 moglie solo se riusciva a mantenerle tutte alla stessa altezza. Questo lo si trova specificato sul Corano. Già mantenere in modo decoroso una moglie sola è difficile, con 4 è praticamente impossibile! Maometto ha saggiamente portato verso la monogamia senza sconvolgere del tutto la società di allora.

Perché i simboli dell’Islam sono la luna e la stella?
Le stelle sono belle, stanno in cielo, come Dio, ma non hanno un vero significato religioso.
Invece, l’Islam ha come simbolo la luna perché essa rappresenta il nostro calendario che si basa sulle fasi lunari e i suoi mesi durano fra i 28 e i 29 giorni.

Nella nostra città dove si ritrova la sua comunità religiosa per la preghiera? Ha avuto difficoltà a trovare un luogo di culto sul territorio di Cremona?
Ci ritroviamo a Cremona in Via Bibaculo: non si tratta di una moschea, ma di un centro dove preghiamo e facciamo un po’ di tutto. È stato difficile trovarlo. Anche se la Costituzione Italiana dice che ogni religione ha diritto ad un luogo di culto, non è così facile superare tutta la burocrazia.

22 febbraio 2011