
Arrivato alle 8 nella nostra classe ci ha subito salutati con calore lasciandoci piacevolmente sorpresi dal suo carisma e dal suo modo di fare.
Dal momento che avevamo precedentemente deciso di dividere l’incontro in una parte prettamente narrativa sulla sua vita, per capire meglio come e perché sia arrivato ad essere un missionario, e in una parte in cui avrebbe risposto alle nostre domande, per chiarire i nostri dubbi, la nostra “intervista” a Padre Marcello è cominciata subito con la sua presentazione.


Anche se aveva ancora molte cose da raccontarci sulla sua vita e sulle sue esperienze a causa della scarsità del tempo a nostra disposizione abbiamo dovuto passare alle domande per cercare di lasciare il minori numero possibile di dubbi irrisolti.

“Gestisco il periodico “missionari saveriani” che oggi è anche messo online. È un giornale che informa sulle nostre attività, sulle nostre missioni, che tratta temi di attualità e da spunti di riflessione; Inoltre ci sono una sezione di notizie dal mondo, una dedicata alle lettere e alle informazioni e l’ultima dedicata all’area locale, diversificata per ogni città.” (Il giornale ci è stato gentilmente lasciato ndr)
“Lei ha potuto scegliere di andare in Bangladesh o è vi è stato mandato?”
“La nazione l’ho scelta io. In realtà io avrei voluto andare in India ma lì non concedono visti per i missionari perciò ho optato per il paese più vicino. Dopo il percorso di formazione i missionari sono chiamati ad esprimere le loro preferenze con una lettera, io avevo indicato come tali in primis in Bangladesh e poi l’Indonesia. Dal momento che sono stato designato al Bangladesh ho imparato il bengalese lingua bellissima in cui ho anche scritto alcuni libri.”
“Come si svolgeva la sua giornata in missione?”
“Specialmente nella missione rurale situata al confine con l’India in una zona molto tesa, proprio dove e stata dichiarata l’indipendenza del Bangladesh, la vita era scandita dall’alternanza giorno-notte. La vita non era comoda: si dormiva su tavole di legno poiché sui materassi faceva troppo caldo. Il clima era poco ospitale. Svolgevamo le classiche funzioni religiose come la meditazione e la messa a cui partecipavano tutti coloro che potevano. I mussulmani erano molto rispettosi e c’era una buona convivenza. Gli impegni missionari erano la visita alle scuole o la raccolta dei bambini per mandarceli, le visite ai genitori e agli insegnati. Le comunità a me assegnate erano 27 quindi anche le visite erano molto impegnative. Una mia passione che ho coltivato è l’agricoltura e posso dichiararmi orgoglioso di aver insegnato e diffuso alcune tecniche, come al coltivazione del grano e la miglioria nella cultura di alcuni vegetali. Questo a mio parere è perfettamente in linea col messaggio cristiano perché aiuta le persone a migliorare la propria vita. Un grande impegno era dedicato alla catechesi e all’organizzazione delle associazioni benefiche in cui i poveri aiutavano i poveri, massima espressione del messaggio cristiano. La vita cessava con il calar del sole a causa della mancanza di elettricità.”

“Proprio in questa missione rurale c’era un gruppo di maoisti armati che voleva istaurare il marxismo nel bengala su mandato della Cina. Di notte si spostavano terrorizzando la gente che spesso mi raccontava le loro preoccupazioni. Quando vennero da me gli aprii e mi chiesero di parlare ma io rifiutai non volendo parlare loro nel cuore della notte ma proponendogli un colloquio di giorno. Sono stato talmente deciso che li ho convinti ad andarsene però poi dovetti sempre evitarli e stare attento a non trovarmi nel loro stesso paese. L’altro pericolo che ho affrontato è stato quando l’occidente ha attaccato l’islam e la situazione era critica. L’atmosfera era molto tesa e temevo lo scoppio improvviso di episodi violenti, cosa non rara. Però conoscendomi già tutti la situazione si è rinormalizzata abbastanza in fretta….”
“Quale è stata la miglior accoglienza ricevuta?”
“l’accoglienza è quotidiana. I Bengalesi molto ospitali, anche i più poveri, quelli che sai non avere nulla, per offrire qualcosa all’ospite si fanno in quattro. Inoltre, cosa che può sembrarci strana, prima mangia l’ospite, da solo, poi gli uomini e solo in seguito le donne e i bambini. Il pasto non è un rito sociale. Il mio primo pranzo di natale è stato con una famiglia, una delle più ricche del paese. Ero seduto sull’unica seggiola e mi è stato offerto da mangiare del riso con un uovo su un piatto, l’unico piatto di coccio che avevano, precedentemente “lavato” con lo sterco, un rito propiziatorio, e poi poco risciacquato.”
“le è mai capitata una conversione? Sono molte?”
“Vi scoraggio a convertire un mussulmano in un paese islamico. Ci sono molte conversioni interiori attraverso il dialogo ma mai battesimi. Infatti i mussulmani arrivano a capire che il cristianesimo è complementare all’Islam, ma non aderiscono formalmente alla Chiesa, poiché sarebbe un’azione perseguibile e ti renderebbe un vero emarginato. Se si diffondesse l’idea che i missionari battesimano i mussulmani sarebbero subito espulsi e la vita dei cristiani neoconvertiti sarebbe impossibile. I paria e gli indù invece possono convertirsi e farsi anche battezzare. Il fatto che ci siano molti paria convertiti disincentiva le conversioni nelle caste più alte ma la cosa è secondaria perché le conversioni dei paria dal momento che li emancipano librandoli dalla loro segregazione sociale sono delle vere e proprie rivoluzioni cristiane.”
Dopo aver ringraziato padre Marcello Storgato per il tempo concessoci abbiamo scattato delle foto per ricordare e documentare questo momento.
Scambiatici gli ultimi saluti e i contatti abbiamo concluso la nostra intervista soddisfatti anche se il tempo a nostra disposizione ci è sembrato davvero troppo poco per esaurire tutte le nostre domande e per far raccontare a Padre Marcello tutto quello che aveva da dirci.
Elisa Antonioli 1C classico
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